Podcast: Puntata 01 - Altrove è qui - Canzoni in valigia. Storie di donne e memorie musicali
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Podcast: Puntata 01 - Altrove è qui - Canzoni in valigia. Storie di donne e memorie musicali

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Autore Fulvia Caruso TAG | comunità albanese | comunità rumena | comunità sikh | comunità ucraina |

Abbiamo voluto iniziare il nostro viaggio nelle musiche dei residenti stranieri a Cremona e dintorni con una puntata speciale, dedicata alle “canzoni di affezione”.

È un modo concreto per poter capire quanto ogni musica possa avere un ruolo fondamentale nella nostra vita, a prescindere dalle tipologie di musica. Tradizionale, pop, religiosa, locale, globale… Tutto contribuisce a farci sentire parte di un luogo, a ricordarci persone e luoghi lontani, tempi passati, a provare emozioni…

Abbiamo coinvolto in questa avventura quelle che con il tempo sono diventate anche delle amiche: Ecaterina Pislariu, Shpresa Minina, Olga Kichma, Simrat e Gulraaj Kaur.

Abbiamo chiesto loro di raccontarci due brani: uno che le legasse in qualche modo al proprio luogo di origine, l’altro al loro presente a Cremona.

Sono state tutte estremamente generose e ci hanno molto emozionate! 

Qui vi diamo alcune indicazioni più tecniche sulle canzoni che avete ascoltato nel podcast, per poterle meglio comprendere.

Seguiremo l’ordine con il quale le nostre amiche sono apparse nel podcast. 

Iniziamo dunque con Ecaterina Pislariu che ci ha presentato Bate vântului dorului di Nicolae Sabău come canzone di affezione legata al suo paese di origine, la Romania, e Roată, roată măi flăcăi composta da lei stessa da pochissimo.

Bate vântului dorului (Soffia il vento della nostalgia) è inserita nell’album “Cântec pentru neamul meu” (CD edizione 2012) e nella versione originale su LP del 1977 con Electrecord. Il testo celebra il legame profondo tra madre e figlio, evocando l’immagine del vento che porta con sé la nostalgia (“dor”) verso la mamma lontana, chiamando una tortora per recarle questo messaggio d’amore.

Il brano appartiene al genere definito dagli studiosi come “muzica populară”, cioè una rielaborazione moderna della “muzica tradițională”, che è la musica di tradizione orale, tramandata di generazione in generazione e legata a funzioni rituali, agrarie o comunitarie.

La “muzica populară” affonda le radici nella “muzica tradițională”, ma è fortemente stilizzata per renderla più efficace in contesti performativi contemporanei come i palchi degli spettacoli o i media. Dunque se nella “muzica tradițională” la forma sarà libera, adattabile e ogni brano può diventare molto lungo per ripetizioni variate delle frasi melodico-ritmiche che lo compongono, la “muzica populară” è strutturata in forma strofa-ritornello e ha durata breve (di solito 3/5 minuti). Questo vuol dire che mentre nella prima l’improvvisazione ha un ruolo centrale, nella seconda è molto limitata. Se la muzica tradițională prevedere violino, cobză (liuto a pizzico), flaut e contrabbasso, la populară prevede l’utilizzo di strumenti più moderni come la fisarmonica, il clarinetto, i sintetizzatori e l’inserimento di sezioni orchestrali registrate. 

Pur essendo prevalentemente eseguita per intrattenimento, la muzica populară è anche fortemente rappresentativa delle diverse tradizioni regionali rumene, fin dalla scelta degli abiti tradizionali da indossare, e il rispetto dei diversi stili regionali.

Nicolae Sabău è stato un maestro di questo genere, mantenendo uno stile molto vicino alle radici della sua regione, il Maramureș, ma comunque mediato dalla scena musicale rumena del XX secolo. Sabău ha pubblicato cinque LP con la casa discografica Electrecord e moltissime registrazioni radiofoniche, fondando anche un concorso folclorico locale per sostenere giovani talenti. 

Abbiamo scelto per voi con Ecaterina questa versione su YouTube: https://youtu.be/TTGD0m9pKQo?si=sW1XG2Y-Fdji1dMw

Riportiamo qui il testo della sua Bate vântului dorului

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La seconda canzone che ci ha portato Ecaterina è Roată, roată măi flăcăi (Ballate, ballate ragazzi) di Ecaterina Pislariu. Una composizione di Ecaterina, eseguita su uno dei balli tradizionali del suo paese, il mărunțele. Il termine deriva da mărunt (piccolo) ed indica una danza dai passi brevi, veloci e complicati. È una danza di coppia in cui i danzatori fanno rapidi passi sul posto battendo il tallone e con la punta del piede, con scivolamenti laterali minimi.

La relazione tra danza e musica nella tradizione romena è profonda, organica e inscindibile: la musica non accompagna solo, ma nasce con e per la danza, e viceversa. Ritmo e melodia sono entrambi finalizzati alla danza! Il ritmo e il tempo indicano il tipo di passo e la velocità dei movimenti, mentre le frasi melodiche coincidono spesso con le fasi coreografiche.

Esistono 4 tipi di danza principali: hora, sârba, brâul e mărunțele. La hora è una danza circolare, i cui uomini e donne si tengono per mano. Nella versione base prevede piccoli passi verso il centro del cerchio e indietro. Lo step successivo prevede movimenti in senso orario o anti-orario. Da questi passi base può complicarsi in modo davvero coreografico. Ha un andamento ternario che può essere quasi lento e accelerare progressivamente. La sârba è una danza di coppia veloce, basata su piccoli passi saltellati mentre la brâul è una danza in cerchio o semicerchio eseguita senza tenersi per mano ma con passi rapidi e intricati. Può prevedere ritmi asimmetrici come il 7/8 e 9/8.

È importante tener conto però che le danze variano localmente. La versione di Rachiteni, il paese di origine di Ecaterina, è visibile nel video che è stato realizzato per la sua canzone qui:

https://www.youtube.com/watch?v=sJBn36UJsDM.

La seconda ospite è Shpresa Minina, presidente dell’Associazione Komuniteti Shqiptar Ne Cremona. Ci ha presentato due canzoni molto diverse tra loro: Moj e bukura More e Amami amami. La prima è una canzone profondamente radicata nella tradizione albanese, mentre la seconda è di Mina e Adriano Celentano.

Moj e bukura More, come ci ha spiegato Shpresa, è la canzone che cantavano gli Arbërësh quando lasciarono Morea per rifugiarsi in Italia dopo la caduta di Corinto nel 1534, l’odierna Ciamuria.

La Morea (nome medievale del Peloponneso) non era albanese in senso politico o nazionale, ma ospitava una numerosa e ben radicata comunità albanese tra il XIV e il XVI secolo. Dopo la conquista ottomana definitiva nel 1460, molti Arvaniti (come i albanesi in Morea erano chiamati) si rifugiarono nelle isole ioniche, in Epiro o in Italia (soprattutto nel 1534, durante la repressione ottomana di una rivolta anti-islamica).

I profughi di questa ondata sono gli antenati degli Arbëreshë d’Italia. Crearono numerosi insediamenti in Calabria, Sicilia, Basilicata, Molise, Puglia, Campania: queste popolazioni albanesi presero il nome di Arbereshe. Arberia era infatti uno degli antichi nomi dell’Albania, successivamente chiamata dagli albanesi Sqiperia. Attualmente Arberia indica, senza delineare confini geografici precisi, il complesso delle regioni italiane in cui si ritrova la presenza di comunità albanesi.

Parlano arbëreshë, un dialetto tosk, trasmesso oralmente e liturgicamente (nelle chiese di rito bizantino presenti sul territorio).

Ma torniamo alla canzone Moj e bukura More.

In origine veniva cantata durante feste rituali primaverili, in luoghi panoramici (es. monti intorno a Palazzo Adriano, Mezzojuso, Contessa Entellina), come canto commemorativo e identitario.

Nel XIX secolo la canzone venne utilizzata da parte del romanticismo albanese in chiave patriottica e identitaria. Questo movimento intellettuale contribuì alla costruzione dell’identità culturale della nuova Albania, anche attraverso la rielaborazione di tradizioni popolari e folkloriche. Moj e bukura More è diventata così un ponte tra mito, memoria dell’esilio e affermazione di un’identità collettiva.

La studiosa Eda Derhemi nota che il valore simbolico del canto si è evoluto: dalla nostalgia per la patria perduta degli arbëreshe, si è passati alla nostalgia dei migranti albanesi contemporanei, che vi vedono un legame tra la "vecchia" e la "nuova" Albania.

La ricerca ha evidenziato molte varianti della canzone (in polifonia nel sud dell’Albania, a voce solista accompagnata da çifteli (liuto a pizzico a manico lungo piriforme a due corde) o lahuta (liuto ad arco a manico corto una corda) nel nord, o da fisarmonica e mandolino tra gli arbëreshë in Italia) che rendono difficile stabilirne con esattezza l’origine. Il ritornello Lule Lule sembra indicare una fase più recente rispetto alla versione originaria. Esistono anche versioni di Lule Lule come canzone autonoma, oltre a molte altre canzoni arbëreshe che condividono questo ritornello.

In particolare però la canzone divenne famosa nell’edizione del 1978 del Festival Internazionale del Folklore del Sud Albania.

La forma della canzone è tipica della canzone popolare: strofica, con ripetizione di versi e refrain. È spesso eseguita in tempo lento e ternario (3/4), utilizza scale modali, soprattutto il modo eolio o il modo dorico (caratteristici della musica balcanica e mediterranea) che donano un senso arcaico e malinconico al brano. La melodia si muove prevalentemente per gradi vicini, evitando grandi salti.

Le frasi sono prevalentemente discendenti, rinforzando la sensazione di lamento e nostalgia.

Spesso viene arricchita da abbellimenti vocali (melismi), e gli arrangiamenti moderni usano armonizzazioni semplici, diatoniche, spesso con bordoni o pedali armonici che evocano la struttura modale originaria. Trovate tutto questo nella versione che vi proponiamo, eseguita nell’ambito delle iniziative Culture in dialogo (www.cultureindialogo.unipv.it), che trovate qui: https://www.youtube.com/watch?v=7sHHYhHGCPI

Testo eseguito:

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 Bibliografia: 

  • Paolo Martino, Gli Italo-albanesi: storia, identità e cultura di una minoranza, Aracne Editrice, 2014.
  • Francesco Altimari e Giovanna Nanci, La ballata del fratello morto e la cavalcata fantastica, in Omaggio a Girolamo de Rada. Atti del V Seminario Internazionale di Studi italo-Albanesi a cura di Francesco Altimari e Emilia Conforti. Università della Calabria, 2003.
  • Eda Derhemi, La storia della più antica canzone albanese “O e bukura More” e la sua evoluzione. Articolo apparso su BalkanWeb, 20 shathor 2015.
  • Eqrem Ҁabei. Tra gli albanesi d’Italia. Studi e ricerche sugli Arbereshee. A cura di Matteo Mandalà, Besa Muci, 2021

 

Amami amami di Mina – Celentano è uscita il 21 ottobre 2016 come primo estratto dell’album Le migliori (uscito l’11 novembre 2016), di cui è il brano di apertura. La musica è di Idan Raichel (artista israeliano), il testo di Raichel e Riccardo Sinigallia. Arrangiatori: Ugo Bongiovanni e Massimiliano Pani, con mixaggio di Pino Pischetola. Lo stile musicale è un classico pop basato su ritmi elettronici in un 4/4 scandito, un riff alla chitarra che entra subito e introduce una struttura strofa-ritornello ripetuta ma l’inclusione prima della ripetizione di un assolo di fisarmonica suonato da Raichel, con chiaro omaggio a “Storia d’amore” di Celentano. Il brano è in Re minore (Dm), con una struttura fondamentalmente minore, caratteristica tipica di 8 brani su 10 dell’album Le migliori. La melodia è caratterizzata dall’intervallo di seconda minore ascendente, spesso scivolato, creando un effetto instabile e carico di pathos. Il ritornello è invece più assertivo, grazie all’utilizzo di intervalli di quarta minore e quinta giusta.

Mina e Celentano si alternano, spesso iniziando su note diverse (una parte in scala, l’altra eccedente di una terza). 

Il video ufficiale, girato a Venice Beach (Los Angeles), diretto da Gaetano Morbioli, è visibile qui: https://www.youtube.com/watch?v=rURdB00gUrk

Proseguiamo il nostro viaggio nelle canzoni di affezione delle nostre ospiti con Olga Kuckma. Olga ci ha presentato un’unica canzone, come rappresentativa sia del suo passato sia del suo presente. Si tratta di А зорі, та зорі (A zori, ta zori, Le stelle, oh le stelle) del gruppo Соколи (Sokoly, I falchi).

Anche in questo caso abbiamo una canzone eseguita a due voci da un uomo, Ivan Marsialko, e una donna, Maria Shalaykevych. 

È una canzone popolare ucraina, senza autore noto, trasmessa oralmente e tipica della tradizione della regione storica situata tra l’Ucraina occidentale (soprattutto attorno a Leopoli/Lviv) e la Polonia meridionale, nota durante l’Impero Austro-Ungarico (fino al 1918), come Regno di Galizia e Lodomiria, con Leopoli come capitale culturale. Un’area che mantiene ancora caratteristiche specifiche che si sono mantenute anche nel folk-pop, ossia nella trasposizione commerciale della musica tradizionale. Il folk-pop galiziano è caratterizzato da melodie dolci e malinconiche, forte uso di duetti maschio-femmina, l’uso di strumenti come bandura (cetra simbolo della tradizione musicale ucraina, cfr. https://www.youtube.com/watch?v=AcrRlIR9_Ew), violino e fisarmonica.

Il gruppo Sokoly proviene proprio da questa area, e il loro stile unisce tradizione ucraina galiziana con sonorità orchestrali da palco e influenze da altri generi pop-folk mitteleuropei

Il testo di A zori, ta zori pone al centro immagini romantiche e naturali: le stelle sul mare blu, la luna, il contrasto tra la coppia di amanti e il ritorno a casa.

Negli anni ’90 il gruppo Sokoloy rese celebre questa canzone in tutta l’Ucraina grazie a un arrangiamento professionale, tipico della loro abilità nel fondere folk galiziano e performance da palcoscenico. La canzone figura nell’album “Все від Бога” (Tutto viene da Dio) del 1991 prodotto in Canada. Il gruppo Sokoloy è stato fondato nel 1989 da musicisti professionisti della regione di Leopoli, guidati dal cantante e direttore artistico Mikhailo Matsyalko. Fin dall’inizio il loro repertorio si è basato su un ricco materiale popolare della Galizia, reinterpretato in chiave moderna. Negli anni '90 erano acclamati in tutta l’Ucraina, capillarmente presenti in concerti nazionali. Nel 1999 hanno tenuto un tour nazionale record di nove mesi con più di 170 concerti (uaestrada.org).

La canzone continua a essere reinterpretata da band moderne e artisti folk-rock, mantenendo vivo il suo fascino nelle celebrazioni comunitarie e online. Viene ancora spesso eseguita durante feste, matrimoni e cerimonie, rendendola parte viva della cultura popolare.

La versione che vi presentiamo è stata effettuata dalla televisione di Leopoli durante un concerto al Teatro di Leopoli intitolato a M. Zankovetska all'inizio degli anni ’90.

https://youtube.com/watch?v=2OrhlOkYjjE&si=pHlElO9UOUe4Ay72

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Concludiamo questa puntata con due giovani sorelle, Simrat e Gulraaj Kaur.
Entrambe nate a Cremona da una famiglia originaria del Punjab, in India, sono cresciute a cavallo tra due mondi: la cultura cremonese, che le ha accolte e formate, e quella sikh, che continua a guidarle nella vita quotidiana e nella pratica spirituale.

Simrat ha 18 anni, frequenta l’ultimo anno di un istituto tecnico di grafica e comunicazione ed è recentemente stata premiata in un concorso letterario nazionale. Gulraaj, sedicenne, studia al liceo delle scienze umane. Entrambe sono attive nel Gurdwara (tempio sikh) di Pessina Cremonese e coltivano una passione profonda per la musica religiosa sikh, il kirtan, che cantano e suonano fin da bambine.

Non hanno indicato un singolo brano legato al passato o al presente, ma hanno voluto condividere con noi ciò che nella loro vita musicale ha un significato costante e profondo: i shabad, ovvero i canti sacri della tradizione sikh. Questi brani, trasmessi oralmente e raccolti nel Guru Granth Sahib (il testo sacro del sikhismo), vengono eseguiti nel kirtan, la pratica devozionale che unisce canto e meditazione.

Il cuore del kirtan è il simran, la ripetizione continua del Nome divino, spesso nella forma di Waheguru, che significa “Meraviglioso Maestro”. Il simran è considerato una via per avvicinarsi a Dio e raggiungere uno stato di benessere spirituale e mentale. Come recita un verso tratto dal Guru Granth Sahib:

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Il brano che ci propongono si intitola Raam simar raam simar, interpretato dal maestro Bhai Baldeep Singh Ji, specialista del kirtan eseguito nei raag classici della musica indiana. Si tratta di uno shabad che invita a meditare costantemente sul nome di Dio (Raam simar, “medita su Raam”), in ogni momento della giornata. L’atmosfera del canto è pacata e raccolta, arricchita da ornamentazioni vocali e accompagnata da strumenti tradizionali come harmonium e taus (liuto ad arco a forma di pavone proprio della tradizione sikh).

Potete vedere il video completo qui: https://www.youtube.com/watch?v=8a-5PwX0OmM

Bhai Baldeep Singh è un musicista e ricercatore sikh appartenente alla tredicesima generazione di musicisti della sua famiglia. Suona il taus (uno strumento a corde dalle sembianze di un pavone, da suonare utilizzando un archetto), la jori (uno strumento a percussione che assomiglia a una versione più piccola e più acuta del tabla, dato che consiste in una coppia di tamburi, uno più grande e uno più piccolo) e il pakhawaj (un tamburo a botte a due teste, suonato con le mani). Dopo aver abbandonato una promettente carriera nell’ambito dell’aviazione e della progettazione aeronautica, ha deciso di dedicarsi completamente alla musica, specializzandosi in diverse tradizioni del Gurbani Kirtan, ovvero la musica spirituale sikh. È attivo come interprete, insegnante e ricercatore. La sua fondazione, Anad Foundation, è impegnata nella salvaguardia del suono di strumenti rari della tradizione indiana.

Puoi ascoltare Bhai Baldeep Singh in alcune delle sue performance e interviste:

Fin da piccole, Simrat e Gulraaj hanno coltivato il canto sacro in famiglia e nel contesto comunitario del Gurdwara. Dopo una prima esperienza durante un campo estivo nel 2016, hanno deciso di approfondire la pratica musicale nel 2021. Simrat suona l’harmonium, mentre Gulraaj, grazie anche al sostegno della famiglia, ha recentemente iniziato a studiare il taus.

Nella loro vita quotidiana il kirtan è una presenza costante: viene ascoltato in casa, in macchina, al tempio, e scandisce i momenti della giornata. Per le due sorelle, queste melodie rappresentano un legame profondo con la propria identità e una fonte di equilibrio, consolazione e forza spirituale, anche nel contesto multiculturale in cui sono cresciute.

 

Missione 4 Istruzione e ricerca

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