Missione 4 Istruzione e ricerca


Il termine “incontro” può avere molte sfumature. A Cremona la cappella della Caritas costituisce esattamente un luogo di incontro per molte culture, qui le donne ucraine si uniscono in preghiera.
La puntata dal titolo Canti e preghiere: ponti invisibili delle donne ucraine a Cremona si è svolta presso la cappella della Caritas presente in città (sita in via Sant’Antonio del Fuoco 11), dopo un incontro di preghiera delle signore ucraine, che, tutte le domeniche, condividono un’ora del loro tempo per sostenere i propri cari per mezzo del canto rituale comunitario.
Le signore protagoniste del podcast sono di tradizione greco-cattolica, vivono a Cremona e perpetuano le pratiche di preghiera principalmente secondo il rito bizantino, con alcune specificità, come la Coroncina della Misericordia, assente nel monto bizantino e solo di recentissima introduzione in altre chiese cattoliche d’Oriente in Italia, come quelle arbëreshë.
Per accedere a questo mondo, diverso dal romano-cattolico più noto in Occidente, e per scoprire l’universo culturale e liturgico-musicale di questa comunità, il lettore verrà accompagnato attraverso un percorso articolato in due parti: la prima volta a presentare, con uno sguardo d’insieme, le coordinate storico-culturali della Chiesa Greco-Cattolica Ucraina (UGCC) e della sua presenza in Italia; la seconda che entra nel merito della dimensione liturgico-musicale esplorata nella puntata.
Prima parte
La Chiesa Greco-Cattolica Ucraina, nata nel 1596 con l’Unione di Brest è una chiesa sui iuris. Letteralmente l’espressione latina significa “di proprio diritto” e indica giuridicamente le Chiese in comunione con il Papa di Roma ma che celebrano secondo le pratiche d’Oriente e che, dunque, hanno proprie discipline liturgiche, canoni e tradizioni. Nel 1990 Giovanni Paolo II ha promulgato il Codice dei Canoni delle Chiese Orientali (CCEO) Sit.1, testo normativo che regolamenta tutte le Chiese sui iuris.
A partire dagli anni Novanta, con la dissoluzione dell’Unione Sovietica e l’aumento della mobilità lavorativa, decine di migliaia di ucraini sono giunti in Italia, trovando occupazione soprattutto nel settore domestico e assistenziale. Questo flusso ha portato con sé la necessità di creare spazi religiosi e culturali propri, in cui mantenere lingua, religione e tradizioni musicali. Per le minoranze cristiane le chiese in diaspora assolvono a molteplici funzioni: esse sono luogo di culto, polo intorno al quale la comunità si incontra, contesto in cui si rafforzano i rapporti sociali, spazio di trasmissione del sapere culturale alle nuove generazioni nate in Italia e di apprendimento delle conoscenze liturgico-musicali, ma anche spesso il solo luogo in cui ascoltare in comunità la lingua o le lingue dei Paesi d’origine. La Chiesa Greco-Cattolica Ucraina iniziò a strutturarsi in Italia nei primi anni duemila (cfr. Sit. 2).
Oggi, i fedeli greco-cattolici ucraini nel nostro Paese sono sottoposti alla giurisdizione dell’Esarcato Apostolico per i Cattolici di Rito bizantino in Italia (Sit. 3), istituito da Papa Francesco nel 2019. Sul sito dell’UGCC (Sit. 4) è possibile apprendere molteplici informazioni e consultare le mappe in cui sono riportate tutte le comunità, suddivise in Nord Italia; Italia centrale e Italia meridionale. Queste sono molto numerose (oltre 150 in tutto il territorio nazionale); nella sezione dedicata al Nord Italia a pagina 3 (numero 26) si trova, la comunità di Cremona con tutte le indicazioni per mettersi in contatto, riferimento essenziale per coloro i quali giungono nel nostro Paese.
Le dinamiche demografiche aiutano a comprendere la crescita di queste comunità. Dal 2016 – anno in cui prende avvio la ricerca condotta a Cremona da Fulvia Caruso – la popolazione ucraina residente è rimasta stabile fino al 2021 (circa 234.000 unità), per poi crescere bruscamente dopo l’invasione russa del febbraio 2022. Nel solo 2022 sono stati rilasciati circa 148.000 permessi di soggiorno per protezione temporanea, e al 1gennaio 2024 gli ucraini residenti risultavano 273.484 (ISTAT, 2024).
La Lombardia rappresenta storicamente l’area di maggiore insediamento: nel 2019 vi risiedevano oltre 54.000 cittadini ucraini, in larga maggioranza donne (77%), a conferma di una migrazione fortemente legata ai settori del lavoro domestico e dell’assistenza (ORIM, 2019). La capillarità delle reti di sostegno comunitario, già consolidata negli anni precedenti, si è rivelata fondamentale per accogliere e integrare le nuove ondate migratorie seguite al 2022.
L’ambito rituale è parte integrante dell’identità dei fedeli ucraini greco-cattolici, uno degli aspetti che concorre a marcare i confini di tale identità è quello relativo al calendario liturgico: nel 2016, anno della prima registrazione realizzata da Fulvia Caruso a Cremona, la Chiesa Greco-Cattolica Ucraina seguiva ancora il calendario giuliano, in linea con la tradizione ortodossa slava, celebrando, per esempio il Natale il 7 gennaio. Tuttavia, un acceso dibattito interno, motivato sia da esigenze pastorali della diaspora sia dal desiderio di maggiore convergenza con il calendario cattolico latino, ha portato all’adozione del calendario gregoriano riformato per le feste fisse, ufficializzata il 1 settembre 2023 su impulso dell’arcivescovo maggiore Sviatoslav Shevchuk (2023).
Dal punto di vista linguistico, la tradizione rituale della Chiesa greco-cattolica ucraina si fonda storicamente sullo slavonico ecclesiastico, in una variante locale detta “ucrainizzata”, che conserva la struttura della lingua liturgica comune alle Chiese slave di rito bizantino ma adattata al lessico e alla pronuncia ucraini. A partire dal XX secolo, e con maggiore intensità dopo il Concilio Vaticano II, si è progressivamente affermato l’uso dell’ucraino moderno, introdotto nella liturgia e nei canti soprattutto nelle comunità della diaspora, dove risulta maggiormente comprensibile ai fedeli.
Oggi, in molte parrocchie, le due lingue vengono utilizzate in maniera complementare: lo slavonico ucrainizzato resta associato alle parti fisse e solenni della liturgia, mentre l’ucraino moderno è impiegato nelle letture bibliche, nelle omelie, nei canti comunitari e nelle preghiere dei fedeli, specialmente in contesti di accoglienza e partecipazione collettiva.
Le relazioni lingua-musica, parola-suono, ritmo, tratti stilistici, modalità performative delle diverse tipologie di testi liturgici sono fondamentali in una ritualità interamente cantata, come quella bizantina, in cui si mantiene la forza misterica della parola. La costante assoluta e trasversale tra le differenti realtà liturgico-musicali bizantine è l’uso della voce in modo diverso dall’ordinario che rimenda simbolicamente al canto celeste degli angeli. Dal punto di vista esecutivo gli stili adoperati sono riconducibili sia alla specifica tipologia di testi (Letture, tropari, salmi) sia al momento dell’anno liturgico in cui il testo prende vita nell’esecuzione rituale. La realizzazione sonora consente di comprendere la tipologia di inno o il momento rituale a prescindere dalla comprensione linguistica specifica. L’aspetto musicale, dunque, non solo si configura come primario a livello rituale ma anche analitico.
Ulteriore caratteristica del rito bizantino è quella di essere esclusivamente vocale, non è previsto tradizionalmente l’uso di strumenti neanche per l’accompagnamento ritmico. I canti liturgici, eseguiti a cappella secondo la tradizione bizantino-slava, diventano un elemento identitario che rafforza il legame con la patria e al tempo stesso dialoga con la realtà italiana.
Seconda parte
Nella puntata abbiamo dialogato con Olga, Irina e Alina. Una conversazione a più voci guidata dai canti registrati dal 2016 al 2025 da Fulvia Caruso e Margherita Tealdi. Dal punto di vista sonoro, a tratti le voci si sono sovrapposte a quelle degli esempi video proposti alle signore, creando un’atmosfera di autentica commozione.
I brani ascoltati e presentati riguardano la tradizione liturgica bizantina greco-cattolica ucraina e quella paraliturgica. Ai canti si aggiunge la recitazione iterativa della cosiddetta Coroncina della Misericordia, con cui inizia l’ascolto.
In sintesi, gli esempi audiovisivi introdotti nella puntata e disponibili per esteso ai link YouTube riguardano:
È possibile individuare tra tutti gli esempi liturgico-musicali un filo rosso connesso alla dimensione della Misericordia, fondamentale nell’universo simbolico e spirituale dei Cristianesimi d’Oriente.
Nella liturgia bizantina, la misericordia di Dio si manifesta in modo tangibile. Dal punto di vista teologico per il fedele ogni gesto, ogni preghiera, ogni canto è un atto di partecipazione alla grazia divina. La liturgia diventa così un luogo in cui l’essere umano sperimenta la presenza di Dio e la sua misericordia.
Pavel Evdokimov sottolinea il ruolo della bellezza nell’esperienza della misericordia. L’arte sacra, egli parla dell’icona, non è una sola rappresentazione estetica, ma un veicolo attraverso cui il fedele può entrare in contatto con il divino (1990). La bellezza diventa così un canale attraverso cui la misericordia di Dio prende concretezza percepibile con i sensi. Lo stesso concetto si applica al canto: le icone mostrano la realtà divina in forma visibile; il canto, invece, la rende uditivamente esperibile. Icone e canto assolvono alla stessa funzione, possono essere considerate porte, mediatori che collegano il mondo umano con quello divino. Attraverso la contemplazione dell’icona o l’ascolto e l’emissione del canto, il fedele partecipa alla dimensione divina, vivendo la misericordia come esperienza concreta. Canto e icona educano e nutrono l’anima, creando uno spazio di memoria spirituale condivisa che rafforza la coesione della comunità. La ripetizione delle formule di preghiera e la partecipazione attiva aiutano il fedele a interiorizzare la misericordia di Dio nel quotidiano.
Coroncina della Misericordia
La Coroncina della Divina Misericordia, formulata in Polonia negli anni Trenta del Novecento sulla base delle rivelazioni ricevute da Santa Faustina Kowalska (canonizzata da Giovanni Paolo II) si è diffusa in Ucraina soprattutto dopo il 1991, con una rapida espansione in tutta l’Europa orientale. La Transcarpazia, regione di confine tra Ucraina, Polonia, Slovacchia e Ungheria, ha avuto un ruolo chiave come crocevia culturale e religioso, dove convivono cattolici di rito latino, greco-cattolici e ortodossi.
Nella diaspora non tutte le comunità hanno la possibilità di celebrare gli Uffici liturgici con un sacerdote ogni domenica (tratto comune alle minoranze cristiane d’Oriente), tuttavia l’incontro di preghiera comunitario è garantito da pratiche devozionali che non richiedono la presenza di un sacerdote, come la Coroncina della Misericordia, in questi contesti recitata collettivamente.
Dal punto di vista spirituale, per i fedeli, la Misericordia rappresenta l’orizzonte di senso attraverso cui mantenere la fiducia in Dio, anche di fronte ai drammi e alle sofferenze dell’umanità, consentendo di trascendere i confini dell’esperienza umana limitata al contingente, questo aspetto motiva la scelta di tale pratica da parte delle signore ucraine a Cremona a partire dal 2022.
La Coroncina della Misericordia nell’esempio audivisivo è recitata in lingua ucraina moderna liturgica, caratterizzata da un registro solenne, proprio della dimensione della preghiera con l’ausilio di una corda di preghiera oppure con la corona del Rosario.
La struttura è articolata, è possibile individuare una parte iniziale, costituita dal Padre Nostro; Deipara Vergine gioisci (preghiera che corrisponde nel rito bizantino all’Ave Maria); Gloria; Credo.
Nelle tabelle seguente si propone un quadro sinottico con i testi delle preghiere in italiano, in ucraino traslitterato da me in caratteri latini e in ucraino scritto con l’alfabeto cirillico:

Una parte centrale che si sviluppa in modo ciclico, secondo lo schema 1:10. La prima preghiera, dedicata a Dio, sarà indicata nell’analisi seguente con la lettera “a” ed è recita una volta; seguono dieci ripetizioni della seconda formula composta da un distico, in cui si invoca la Misericordia di Dio (di seguito indicata con la lettera “b”). Si tratta di due versi poetici ripetuti con la stessa cadenza in modo iterativo, dopo la decima ripetizione, si recita nuovamente la preghiera “a”. Tale ciclo, nell’estratto del documento audiovisivo si apre con la preghiera “b”, e si ripete cinque volte mentre nella preghiera completa dieci:

Si tenga presente che il testo considerato “ufficiale” e cioè autorizzato dalla Chiesa cattolica (rito latino e greco-cattolico) per l’uso liturgico, riporta il termine страждання “strazhdanʹ”, traducibile con “sofferenze, patimenti” (termine solenne, più vicino allo slavonico страдание “stradanie”, tradotto con “Passione”). Proprio questo termine differisce le due varianti principali che circolano in Ucraina: una ufficiale, il cui primo verso del distico recita Zadlja Joho bolisnych strazhdanʹ (Задля Його болісних страждань), e una devozionale/popolare: Zadlja Joho bolisnych terpinʹ (Задля Його болісних терпінь). Quest’ultima espressione è utilizzata dalla signore ucraine a Cremona.
Entrambe sono corrette, la differenza consiste nel fatto che la versione ufficiale mette in evidenza la Passione come momento salvifico vissuto dal Cristo per l’umanità, quella popolare evidenzia la sofferente pazienza di Gesù, sottolineando quasi l’aspetto umano, vicino ai fedeli che con questa formula si rivolgono a lui.
Un’altra lettura relativa alla differenza tra il testo ufficiale e l’esito sonoro riscontrato dall’analisi dei documenti audiovisivi potrebbe afferire alla pronuncia veloce o locale del termine страждань, che pronunciato in maniera rapida o con accento locale può essere percepito come “terpìn”.
Una parte finale composta dall’Inno Trisagio a cui si aggiunge l’espressione “e del mondo intero”. L’intera preghiera è ripetuta tre volte, cui seguono altre preghiere rivolte a Maria.

Prima della conclusione si aggiunge un ulteriore ciclo di invocazioni alla Vergine Maria cui seguono dieci ripetizioni di implorazioni rivolte sempre a Maria: l’incipit della prima preghiera dell’ultimo ciclo è “O Maria, Madre di Dio” (indicata da me con la lettera “c”), cui segue la formula ripetuta dieci volte, corrisponde all’espressione iterata “O Maria, aiutami” (implorazione indicata con la lettera “d”). Questa parte della coroncina costituisce il primo ascolto del podcast.

Seguono le preghiere conclusive che comprendono anche implorazioni a Santi, Arcangeli e Apostoli.
Gòspodi pomìlui
La Misericordia divina viene costantemente invocata dalla preghiera principale dei cristiani d’Oriente, Kyrie elèison in greco, Gòspodi pomìlui in slavonico. Questa pur breve espressione è considerata la più potente, insieme all’Ufficio della Divina Liturgia, per implorare la Misericordia di Dio. Si tratta di una preghiera sia collettiva sia individuale, recitata a bassa voce, sussurrata, silente o cantata collettivamente. Il Gòspodi pomìlui ha una serie di funzioni che vanno dal permettere la partecipazione canora collettiva a tutta la comunità dei fedeli, tramite formule musicali semplici alla “capacità” di connettere cielo e terrà, per mezzo della riattualizzazione della supplica del pubblicano (Vangelo di Lc, 18, 9-14).
L’origine di questa preghiera è profondamente radicata nella tradizione monastica. Le pratiche spirituali a essa associate si svilupparono sin dal primo monachesimo del deserto, dove la ripetizione rituale di formule costituivano strumenti di concentrazione e interiorizzazione spirituale. Nel XIV secolo, nel contesto bizantino monastico, le indicazioni relative all’uso del Kyrie eleison furono codificate e sistematizzate, confluite successivamente nella Filocalia, raccolta di testi spirituali di monaci e santi, finalizzata alla formazione interiore e alla conduzione della vita spirituale e ascetica. Secoli più tardi, tali pratiche raggiunsero un pubblico più ampio con la pubblicazione, in italiano, dei Racconti di un pellegrino russo (cfr. Campo 2003); sebbene l’origine del manoscritto rimanga ignota, la prima edizione stampata comparve in Russia nel 1881, mentre la versione italiana edita da Bompiani si distingue per l’ampia appendice critica e interpretativa.
Il cuore di tali testi riguarda la pratica nota in Occidente come “Preghiera del Nome”, “Preghiera del cuore” o “Preghiera di Gesù”. Essa consiste nella ripetizione ritmica della formula: “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi misericordia di me peccatore” con le varianti più sintetiche “Signore Gesù Cristo, abbi misericordia di me”, ulteriormente ridotta in “Signore misericordia” o “Signore pietà”. Nella pratica individuale il numero delle ripetizioni varia secondo le indicazioni del padre spirituale, mentre in quella collettiva si rispetta la struttura rituale della Divina liturgia, che prevede sia ripetizioni singole sia triplici.
L’iterazione regolare della formula crea un ritmo meditativo, con accentuazioni naturali legate alla prosodia della lingua. La combinazione di produzione del suono, postura rituale e respirazione consente al fedele di sospendere il flusso mentale dei pensieri e di raggiungere uno stato di tranquillità interiore (esichìa). In questo senso, la preghiera assume una funzione anche terapeutica, favorendo la concentrazione, la percezione corporea e la santificazione interiore attraverso un’esecuzione musicalmente e spiritualmente orientata.
Il Gòspodi pomìlui è una delle manifestazioni più evidenti, insieme alle recitazioni del Credo e del Padre Nostro, della partecipazione vocale dell’assemblea. L’importanza di questa preghiera collettivamente performata si può ricondurre al versetto del Vangelo (Mt. 18,19-20): «19. In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà. 20. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro».
Attraverso tale espressione unanimemente cantata, i fedeli manifestano il ruolo attivo nella liturgia, rappresentandosi come unico corpo che si rivolge a Dio con un’unica voce, certi che la loro preghiera sarà ascoltata, in base ai versetti evangelici citati e che assume una forza ancora maggiore per il fatto di essere cantata comunitariamente.
Per le ragioni simboliche e spirituali sopra analizzate, il canto Gòspodi pomìlui si configura come un esempio di canto liturgico significativo nell’ambito della tradizione bizantina. Nello specifico dell’esempio analizzato la linea melodica è sillabica, con corrispondenza uno-a-uno tra sillaba e suono, o piccoli gruppi di suoni, favorendo la chiarezza testuale e la cantabilità collettiva. Il movimento melodico procede per gradi congiunti all’interno di un ambito tonale ristretto.
Dal punto di vista ritmico, il brano è privo di metro fisso: il ritmo segue la prosodia del testo configurandosi come non misurato.
La semplicità della linea melodica e la flessibilità ritmica consentono la partecipazione anche di esecutori non specializzati, favorendo la coesione sociale e la partecipazione per mezzo del canto dell’intera assemblea all’azione liturgica. La ripetizione musicale ha anche un valore simbolico: intensifica il gesto liturgico, trasformando il canto in una “icona sonora” capace di generare uno spazio di esperienza diretta della misericordia divina.
Trascrizione: Maria Giuliana Rizzuto
Inno cherubico
L’Inno cherubico, cantato durante il Grande Ingresso della Divina Liturgia bizantina, accompagna il passaggio dalla Liturgia dei Catecumeni, accessibile a tutti, alla Liturgia dei Fedeli, nucleo eucaristico un tempo riservato ai battezzati. Il coro, simbolicamente unito agli angeli, esprime la condizione liminale dei fedeli, sospesi tra umano e divino, mentre anche il pane e il vino si trovano in uno stato di attesa, offerti ma non ancora trasformati (cfr. Taft- Parenti 2014; Rizzuto 2017). L’inno manifesta così il legame tra cielo e terra nell’orizzonte spirituale delle Chiese di rito bizantino, tanto in Oriente quanto in Occidente, dove le comunità diasporiche continuano a custodirne la forza rituale.
Il testo poetico è suddiviso il due strofe la cui esecuzione è interrotta dalla proclamazione ad alta voce delle preghiere da parte del sacerdote.
Come è stato introdotto nella prima parte di questo scritto, nel rito bizantino la relazione tra testo e musica è fondamentale: la prosodia della lingua influenza fortemente l’esito sonoro del canto. Per questo motivo l’Inno cherubico offre anche l’occasione di una riflessione linguistica, mettendo a fuoco alcune peculiarità della lingua liturgica. Si tratta infatti di un perfetto esempio di slavonico ucrainizzato, tipico delle parti solenni del rito. In esso compaiono termini dell’ucraino moderno, come печаль (“pena”), царя всіх (“re di tutti”) o прийняли (“accogliamo”), ma fortemente intrecciati con lessico e strutture arcaiche di matrice slavo-ecclesiastica, quali животворящій (“datore di vita”) e трисвятую (“trisagio”), adattati alla pronuncia e all’ortografia ucraine. Da questa compenetrazione nasce una forma linguistica particolare che conserva la solennità della tradizione sacra, ma nello stesso tempo si rende più accessibile ai fedeli. Il risultato è una dimensione sonora peculiare, percepita come solenne e familiare insieme: la lingua, al pari della musica, diventa parte essenziale nella costruzione del senso simbolico e spirituale del rito.

Inno Trisagio
L’Inno Trisagio, letteralmente “tre volte Santo” (dal gr. prefisso τρίς/tris e aggettivo ἅγιος/ághios) che in italiano recita “Santo Dio, Santo Forte, Santo Immortale, abbi misericordia di noi”, occupa un posto centrale all’interno della Liturgia dei Catecumeni. Il Trisagio può essere interpretato come una “soglia sonora” all’interno della Divina Liturgia bizantina: la sua collocazione, subito dopo il momento rituale denominato “piccolo ingresso” e prima del Prochimeno che introduce alla lettura dalle Epistole di San Paolo ne fa un momento di transizione rituale in cui la comunità, attraverso il canto, passa dalla dimensione “iniziale” all’ascolto della Parola. La ripetizione della triplice acclamazione (“Santo Dio, Santo Forte, Santo Immortale”) costruisce un’atmosfera sonora di solennità e partecipazione che plasma il rito, conferendo al passaggio liturgico una forma musicale riconoscibile e interiorizzabile. In tal senso, il Trisagio agisce come una sorte di marcatore acustico, che indica ai fedeli che ci si sta dirigendo verso le parti sempre più dense della celebrazione.
Dal punto di vista simbolico l’Inno Trisagio è il canto eseguito senza sosta dagli angeli; gli uomini, ritualmente, pronunciando le parole angeliche, implorano la misericordia per mezzo del verso finale.
L’Inno Trisagio si caratterizza per una struttura regolare di tipo quasi litanico. Si tratta di quattro versi, i primi tre in cui vi sono le invocazioni al “Santo” e il quarto in cui la frase musicale mette in rilievo la supplica finale di misericordia. La ripetizione della formula “Sviatyi” (“Santo”) costituisce il nucleo iterativo del brano, generando una struttura litanica che sostiene l’andamento della preghiera e ne rafforza la solennità. Alla triplice ripetizione del termine propria della struttura dell’inno, nell’esecuzione analizzata se ne aggiunge un’ulteriore posta all’inizio del terzo verso.
La linea melodica si muove entro un ambito ristretto, con prevalenza di gradi congiunti e un’impostazione sillabica che rispetta gli accenti del testo.

Trascrizione: Maria Giuliana Rizzuto
Canto paraliturgico sul tema della Resurrezione “Christòs voskrés”
Il tropario pasquale che proclama la resurrezione costituisce il tema del canto paraliturgico eseguito nella comunità ucraina di Cremona alla conclusione della Divina liturgia di Pasqua, come ulteriore proclamazione dell’evento salvifico e accompagnamento della benedizione finale.
Si tratta di un canto narrativo strutturato sulla base un numero variabile di strofe (4 o 6 in relazione alle varianti) e un ritornello che mette a fuoco l’evento centrale, per mezzo dell’affermazione “Cristo è risorto!”.
Le strofe del canto paraliturgico celebrano la vittoria di Cristo sulla morte, annunciando la Resurrezione come evento cosmico e salvifico: gli angeli cantano nei cieli, i santi e i profeti partecipano alla lode, e la Chiesa e il mondo intero esultano.
Il ritornello qui analizzato è costituito da una quadruplice ripetizione dell’affermazione Christòs voskrés. Dall’ascolto emerge la funzione di ponte tra le strofe, quasi come se le prime due ripetizioni accompagnassero la conclusione della strofa precedente e le successive due ripetizioni aprissero quella successiva. La ciclicità rituale viene così affermata anche per mezzo della melodia sviluppata su un ambito ristretto, con movimento per gradi congiunti e poche variazioni; la scrittura sillabica garantisce la chiarezza della proclamazione e la facilità dell’esecuzione da parte dell’intera assemblea. Ritmicamente, il canto è libero, privo di metro regolare.

Trascrizione: Maria Giuliana Rizzuto
Bibliografia
Sitografia:
Missione 4 Istruzione e ricerca